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Che film è Blues Brothers?

Francesco Curello - 14-02-2017 - Letture: 233

Che film è Blues Brothers?

Che cos’è? Per qualcuno è un musical, per altri una commedia, o un film da "maschi". Ma c’è anche chi pensa che sia un’assurdità. La cosa buffa è che quando il film The Blues Brothers uscì, la critica lo stroncò senza troppe esitazioni. “Un flop da trenta milioni di dollari” lo definirono. 
Tutto è cominciato in un bar, come succede di solito in queste storie. Siamo nel novembre del 1973. Il bar in questione si chiama 505 Club, è a Toronto, in Canada, ed è di proprietà di Dan Aykroyd, un tipo bizzarro sui vent’anni, con i piedi piatti e gli occhi diversi l’uno dall’altro, un passato dietro le sbarre da piccolo delinquente e un’infanzia passata in seminario. Il club apre all’una di notte, perché a Dan piace lavorare di notte. Da tre anni si esibisce con il gruppo di comici Second City, che sono di Chicago ma si stanno facendo conoscere anche a Toronto. Quella sera vede entrare dalla porta sul retro un bullo di 24 anni con una sciarpa bianca al collo, giacca di pelle e una coppola di quelle indossate di solito dai tassisti un po’ in là con gli anni. È John Belushi, arrivato a Toronto alla ricerca di talenti. L'amore platonico tra Belushi e Aykroyd va oltre ogni logica. Belushi è uno che sputa fuori un'idea dietro l'altra scarabocchiandole su pezzi di carta sparsi in giro, Aykroyd invece scrive delle specie di trattati degni di uno scienziato pazzo. In genere quando qualcuno chiede a Belushi cosa vogliano dire, la sua risposta é : "Non ne ho idea". John Belushi ha sempre voluto fare musica, fin dai tempi del liceo quando era il batterista di una band chiamata The Ravens. Una sera al bar Dan Aykroyd tira fuori un’idea: «La storia di due avanzi di galera basata sull’amore per la città di Chicago e per la sua musica». Uno dei suoi amici, Howard Shore, si inserisce nella conversazione: «Potreste chiamarvi The Blues Brothers». L’idea di Dan prende forma nei primi giorni del Saturday Night Live, quando lui e Belushi diventano Elwood e Jake “Joliet” Blues, fratelli di sangue con vestito nero, cravatta sottile, Ray-ban scuri. Dan Aykroyd è Elwood, il taciturno e preciso bluesman con l’armonica in bocca, Belushi è Jake, lo sbruffone appena uscito dalla prigione di Joliet. Trasformiamo i Blues Brothers in un flm», dice Belushi. «Sono d’accordo», risponde Aykroyd. Chiamano il manager di John, Bernie Brillstein, una vecchia volpe di Hollywood che sembra una versione ebrea di Babbo Natale: «Ok», risponde lui. Belushi riceve un cachet di 500mila dollari, Aykroyd di 250mila: in cambio la Universal ottiene un potenziale blockbuster e un marchio da usare per altri flm. Rimangono alcuni dettagli da risolvere. Wasserman vuole spendere al massimo 12 milioni di dollari, i creativi invece pensano ce ne vogliano almeno 20. La Universal vuole che sia fnito entro l’agosto del 1979, in soli sei mesi. Praticamente impossibile. Nella mente dei suoi creatori, The Blues Brothers è una produzione grossa con un set complesso, effetti speciali e un cast con centinaia di persone. E poi c’è la voglia infinita di divertimento e avventure di John Belushi che si alimenta di droghe come la mescalina, L’LSD e varie anfetamine. Tutte insieme, però, non sono niente in confronto alla cocaina. Non ne ha mai abbastanza, dice che migliora le sue esibizioni, lo aiuta a essere John Belushi.

"John tirava troppo di cocaina ed esagerava con l'alcol, e queste dipendenze uccidono senza pietà. I giri di parole, le ipocrisie, sono inutili: John era un tossicodipendente, e come tale assolutamente impossibile da aiutare. Non perchè fosse lui, ma perchè chiunque soffra di dipendenza, di qualunque tipo essa sia, deve volerne uscire e farcela da solo. In quei casi non contano gli sforzi degli altri, di chi ti sta vicino: devi trovare la forza esclusivamente dentro di te. Lui non la trovò, punto, fine della storia. Tutte le chiacchiere sulla sua morte, i misteri e i dubbi, per me non esistono. Certo, poi la gente è sempre pronta a credere a qualsiasi cosa, basta dirgliela. Ma io no, francamente." dichiara il regista John Landis.

Infatti, per un mese tutto fila liscio. Landis riesce a far lavorare Belushi al meglio. Chiede anche ad Aykroyd di abbassare il registro della sua recitazione e di trasformare Elwood in un personaggio totalmente impassibile. Tutti e tre lasciano il segno. Landis tira fuori la battuta più celebre del flm: «Siamo in missione per conto di Dio».Tutto ruota intorno a quattro momenti interpretati da giganti della musica Il budget del flm ora è a 17,5 milioni, piuttosto alto per una commedia. O qualunque cosa sia The Blues Brothers. Nessuno lo sa veramente. Ci sono molti momenti comici, ci sono inseguimenti di macchine ed elicotteri che si scontrano, ma tutto gira intorno a quattro straordinari momenti musicali, ognuno interpretato da un gigante della musica: Ray Charles, Aretha Franklin, James Brown e Cab Calloway. Senza contare le esibizioni di Jake ed Elwood Blues.
«C’era un po’ di confusione», ricorda John Landis: «Ho guardato la mia crew e ho detto: “Ma questo è un musical”. Erano disorientati, non capivano più cosa stavano facendo».
Ad agosto, però, tutti sanno almeno una cosa: il flm sta affondando. La ragione principale è John Belushi. È sempre in giro, a qualsiasi ora. A volte lo ritrovano in un bar, a volte non lo trovano proprio. La cocaina, invece, riesce sempre a trovarlo. Ci sono solo due persone al mondo che riescono a gestirlo. La prima è sua moglie. Con Judy, specialmente quando sono in vacanza nella loro casa a Martha’s Vineyard, John ritorna al suo stato naturale di pigra indolenza. L’altro è Dan, che lo protegge sempre e non lo giudica mai.
Una notte, alle tre, mentre stanno girando una scena in un posto isolato ad Harvey, Illinois, John sparisce. A volte lo fa. Dan vede in fondo a una via una casa con la luce accesa. «Stiamo girando un flm», dice al padrone di casa: «Cerchiamo uno degli attori». «Ah, vuoi dire Belushi? È arrivato qui un’ora fa. Mi ha svuotato il frigo e ora sta dormendo sul divano», risponde il padrone di casa. Solo Belushi poteva fare una cosa del genere. «L’ospite preferito d’america», lo chiama Aykroyd. «Dobbiamo tornare al lavoro», gli dice svegliandolo. Belushi annuisce e si alza. Tornano insieme sul set come se non fosse successo niente. Qualche settimana prima dell’uscita nelle sale (fssata per il 20 giugno del 1980), John Landis fa vedere The Blues Brothers ai proprietari dei più grandi cinema americani. La maggior parte dice: «È un film per neri, i bianchi non se lo fileranno mai».
Poi scoppia un’altra bomba. «Lew mi chiama nel suo ufficio e mi dice: “Conosci Ted Mann?”». È il proprietario di alcuni dei cinema più importanti del paese, tra cui il Bruin e il National nel quartiere residenziale per bianchi di Westwood, Los Angeles. «Signor Landis», dice Mann: «Non abbiamo intenzione di programmare The Blues Brothers. Abbiamo un cinema a Compton e lo faremo vedere lì, ma non a Westwood: non vogliamo neri. I bianchi non andranno mai a vederlo per gli ospiti musicali. Non solo sono neri, ma sono pure passati di moda».
I flm con un budget alto di solito escono in almeno 1.400 sale, questo solo in 600. Accompagnato anche da pessime recensioni. A New York Belushi gira tutti i cinema per osservare chi lo va a vedere. Aykroyd si infla di nascosto in una sala a Times Square. E sente la gente ridere. The Blues Brothers guadagnerà 115 milioni di dollari e diventerà il successo più duraturo della Universal.
Dicevano: è un film per neri, i bianchi non se lo fileranno mai...

"Sono 126 miglia per Chicago. Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è buio, e portiamo tutt'e due gli occhiali da sole"

The Blues Brothers (1980)

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